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CRIPTOVALUTE E MERCATO DIGITALE: QUESTIONE DI METODO

  • Mercoledì, 10 Gennaio 2018
CRIPTOVALUTE E MERCATO DIGITALE: QUESTIONE DI METODO

di Paolo Spagna, avvocato - contributor Digital & Law Department


Con l’inizio del nuovo anno, l’argomento Bitcoin è salito nuovamente agli onori della cronaca, con la notizia dell’esposto presentato dal Codacons presso ben 140 procure, riaccendendo il costante fronteggiarsi di sostenitori e detrattori della criptovaluta.

I promotori dell’esposto additerebbero sostanzialmente come “aleatorio” il meccanismo di emissione delle monete virtuali, “slegate” dalle Banche centrali degli Stati e non in grado di garantire sufficienti livelli di tutela nei riguardi dei piccoli risparmiatori, potenziali vittime di una gigantesca bolla, la cui esplosione sarebbe gestita da trader professionisti.

A tutela dei consumatori, quindi, il Codacons è intervenuto richiedendo l’identificazione dei responsabili dell’emissione dei Bitcoin sul territorio italiano e di tutti i siti che suggeriscono metodi e strumenti per guadagnare con queste monete virtuali, nonché di tutti i soggetti che li commercializzano, mancando di rilasciare le necessarie informazioni. Una volta concluso l’iter investigativo e rintracciati i responsabili (obiettivo non certo agevole, com’è facile immaginare) potrebbe partire nei loro confronti un procedimento penale, per accertate le responsabilità riguardo alle ipotesi di truffa e truffa aggravata. Il Codacons ha richiesto inoltre il sequestro dei siti che promuovono l’acquisto di Bitcoin promettendo guadagni incommensurabili in brevi periodi.

Tuttavia numerosi esercizi commerciali hanno già deciso di sfruttare l’onda del Bitcoin, come “Compro euro”, il primo negozio fisico dove acquistare criptomonete. Tra i pionieri di coloro che accettano pagamenti in valuta virtuale ritroviamo le università, come quella di Nicosia (Cipro) che oltre a permettere il pagamento delle rate in Bitcoin eroga dei corsi incentrati sulle criptovalute, ma anche insospettabili ovvero, le banche; inoltre alcuni colossi dell’e-commerce, come ad esempio Amazon, iniziano ad ammiccare all’introduzione di un metodo di pagamento tramite valuta digitale.

Avventatezza? Lungimiranza? Questi termini sono destinati a convivere fino a quando la cosiddetta “bolla” non dovesse scoppiare.

In tema di rischio, pare esserci stato anche un risveglio da parte dell’Unione europea, complice il recente crollo proprio della più famosa tra le criptomonete (ovvero Bitcoin, che ha registrato una perdita di circa il 40% del valore). L’argomento della potenziale rivoluzione monetaria globale sarà infatti al centro dei lavori del G20 e non sarebbe del tutto peregrina l’ipotesi di una regolamentazione pensata per la circolazione delle criptovalute, come pronosticato dal Presidente della Bce Mario Draghi, che prevede due alternative possibili: dichiararle illegali, oppure dettare degli obblighi agli Exchange in termini di trasparenza e conflitto di interessi.

Le istituzioni pare stiano iniziando a esprimersi sulla questione, puntando sulla protezione degli investitori nei riguardi dei rischi che queste valute digitali potrebbero potenzialmente comportare. Nel settembre 2016 infatti l’Agenzia delle Entrate stabiliva nella Risoluzione n° 72/E che le prestazioni di servizi relative ai Bitcoin dovessero considerarsi esenti da Iva, specificando inoltre che gli acquisti e le vendite (al di fuori dell’attività d’impresa) effettuate avvalendosi degli stessi, non generano redditi imponibili[1], non sussistendo la finalità speculativa[2].

Al momento in Italia, stante il vuoto legislativo sull’argomento, l’acquisto, l’utilizzo e l’accettazione a mezzo di pagamento delle valute virtuali, in linea con quanto dichiarato da Bankitalia, devono ritenersi attività lecite.

Tuttavia il ginepraio del mercato digitale risulta sempre più intricato: accanto agli ormai celeberrimi Bitcoin, infatti, hanno visto la luce diverse, altre criptovalute. È il caso ad esempio di Ripple, creata dalla società “Opencoin”, con lo scopo di dar vita ad un sistema monetario decentralizzato, in grado di interagire digitalmente a livello mondiale. Ripple infatti, garantisce la possibilità di effettuare pagamenti entro pochi secondi, caratteristica apprezzata da diversi istituti finanziari (BBVA, SEB, Start One Credit Union, e Cambridge Global Payments ) che hanno già iniziato ad utilizzare la criptovaluta. La principale differenza tra Bitcoin e Ripple è d’impostazione: il primo mira a cambiare lo strumento di pagamento, l’altro punta invece a sostituirne il metodo.

Dietro l’interesse di istituti avvezzi alle analisi di mercato, allo stratificarsi di strutture che utilizzano Bitcoin, verosimilmente è l’aspetto legato alla metodologia di interazione che occorrerebbe cogliere e a cui il cambiamento dovrebbe puntare, per parlare di reingegnerizzazione digitale anche in ambito monetario, senza trascurare gli aspetti legali della tutela e della protezione degli utilizzatori.

 


[1] Per quanto attiene la tassazione diretta, invece IRES e IRAP, risultano dovuti, al netto dei costi, in caso di intermediazione e vendita di criptovalute.

[2] Tale Risoluzione si allinea ad una sentenza resa dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea in data 22 ottobre 2015, che, appunto, stabilisce l’esenzione dall’Iva per tutte le attività di cui sopra, qualora concluse utilizzando criptovalute (V. Corte di Giustizia, Sez. V, Causa C-2642014, 22 ottobre 2015).


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