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Il valore probatorio delle email tradizionali: un'analisi della recente sentenza della Corte di Cassazione n.5523/2018

  • Mercoledì, 11 Aprile 2018

di Paolo Spagna, avvocato - contributor D&L Department


Sul valore probatorio delle email tradizionali, si è discusso a lungo e spesso si continua a percepire una certa confusione sull’argomento anche a livello giurisprudenziale. Siamo di fatto “abituati” a mutamenti di orientamento da parte dell’organo giudicante, tanto da assistere, in diversi casi, a sentenze dal taglio diametralmente opposto anche per oggetti di causa a volte ben sovrapponibili. Tutto questo contribuisce a generare confusione e dubbi, eventualità esacerbata in un ambito ancora poco conosciuto, ma sempre più rilevante, come quello dell’informatica giuridica.

Il preambolo appena concluso, ben si adatta al contenuto della recente sentenza della Corte di Cassazione n.5523/2018 che, pur essendo incentrata su un argomento squisitamente giuslavoristico, ha visto i Giudici alternatisi nei vari gradi di giudizio, impegnati a districare e risolvere la questione grazie ad un’analisi del valore probatorio delle email prive di firma elettronica. Ebbene, la Suprema Corte, ha stabilito che l’email classica, non essendo dotata dei meccanismi di sicurezza atti a garantire l’integrità, l’immodificabilità del documento e la sua certa riconducibilità all’autore, non può assumere il rango di prova se sprovvista di firma elettronica. Il percorso per l’ottenimento della pronuncia è stato abbastanza accidentato. Il contenzioso, pareva incarnare lo stereotipo tipico delle cause in ambito lavorativo: un dirigente, in seguito al licenziamento, ha instaurato una causa nei confronti dell’azienda, esprimendo le sue doglianze dinnanzi ai Giudici.

Nello specifico, l’impresa ha contestato al dipendente una condotta errata, che ha prodotto come conseguenza l’accredito di somme non dovute nei confronti di alcuni partner commerciali della stessa, comportando un effetto domino conclusosi con il licenziamento. In primo grado il Tribunale ha rigettato il ricorso del lavoratore, che ha proseguito l’iter giudiziale rivolgendosi alla Corte d’Appello. Il Giudice di secondo grado, sovvertendo la pronuncia impugnata, ha dato ragione al lavoratore, dichiarando illegittimo il licenziamento e sostenendo che la linea difensiva dell’azienda fosse basata su “messaggi di posta elettronica di dubbia valenza probatoria”.

La questione è stata quindi portata, dall’azienda, all’attenzione del Giudice di Legittimità lamentando la violazione e falsa applicazione di quanto stabilito nell’art. 2702 c.c. incentrato sul valore probatorio della scrittura privata[1]. Nel dirimere la questione, la Cassazione si è riferita a quanto previsto dal CAD (d.lgs 82/2005 e successive modifiche), confermando l’esattezza della sentenza di secondo grado: le email prive di firma elettronica non hanno valore di scrittura privata.

La Suprema Corte, inoltre, chiarisce che il Giudice di secondo grado, nella sua pronuncia, conferma la corrispondenza tra i messaggi e l’indirizzo di posta elettronica del lavoratore, ma esclude altresì che gli stessi siano senza dubbio riferibili al suo autore apparente. Per fornire un inquadramento giuridico della decisione della Cassazione appare opportuna una breve digressione giuridica. L’email nel nostro ordinamento rientra tra i “documenti informatici[2]. In linea con le prescrizioni dell’art. 21 del CAD nelle diverse formulazioni, ratione temporis vigenti, il documento informatico possiede valore probatorio ex 2702 c.c. quando è provvisto di firma digitale, o di altro tipo di firma elettronica qualificata o avanzata. Il Legislatore prevede tuttavia che l’organo giudicante possa utilizzare come prova anche i documenti informatici privi di firma, rimettendo tale eventualità alla libera valutazione dei giudici.

La confusione appare ancora imperante sull’argomento tanto da generare spesso dei contrasti tra le pronunce, sia in senso verticale (tra giudici dei diversi gradi, come in questo caso) che in senso orizzontale (tra giudici del medesimo grado). In queste situazioni, gli organi giudicanti hanno spesso rintracciato nell’opera della dottrina degli utili sostegni, essendo frutto del lavoro di giuristi spesso fortemente specializzati nelle materie dibattute e che si confrontano con le stesse in maniera molto pratica e con cadenza quotidiana. Non possiamo che augurarci, anche in casi simili a quello esaminato un confronto di questo tipo, volto a fornire dei punti saldi su questioni altamente specialistiche, ma al contempo pervasive in maniera quasi “virale” come quelle inerenti all’informatica giuridica.

 


[1] art. 2702 c.c: Efficacia della scrittura privata. La scrittura privata fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza delle dichiarazioni da chi l'ha sottoscritta, se colui contro il quale la scrittura è prodotta ne riconosce la sottoscrizione, ovvero se questa è legalmente considerata come riconosciuta.

[2] art. 1 lettera (p del CAD: documento informatico: il documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti;


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