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In assenza dell'accordo con le RSU, dipendenti videosorvegliati solo se hanno prestato il proprio espresso consenso

  • Venerdì, 22 Giugno 2012
In assenza dell'accordo con le RSU, dipendenti videosorvegliati solo se hanno prestato il proprio espresso consenso
di avv. Graziano Garrisi, Digital & Law Department

di avv. Graziano Garrisi, Digital & Law Department

Con una recente sentenza dell'11 giugno 2012, n. 22611 la Corte suprema di Cassazione ha ribaltato uno dei principi cardine in materia di privacy e tutela della dignità dei lavoratori sul luogo di lavoro, eliminando di fatto una delle garanzie principali previste dall'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, in base al quale impianti di controllo in ambito lavorativo possono essere installati solo "previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste con la commissione interna".
Il principio affermato in tale sentenza, invece, ribalta completamente tale impostazione e afferma che "non commette reato il datore di lavoro che installa telecamere che riprendono i dipendenti, ai quali è stato fatto firmare un foglio contenente la relativa autorizzazione".
Sino ad oggi, per costante giurisprudenza, i datori di lavoro che installavano videocamere in assenza dell'accordo sindacale o della commissione interna ovvero senza l'autorizzazione della Direzione provinciale del Lavoro del luogo in cui ha sede l'azienda, venivano condannati (anche dall'Autorità Garante Privacy) per aver attuato controlli, spesso invadenti, senza aver rispettato le procedure poste a garanzia e tutela dei diritti dei lavoratori.
Nel caso di specie, tuttavia, la Suprema Corte ha affermato che "se è vero che non si trattava né di autorizzazione della RSU né di quella di una "commissione interna", logica vuole che il più contenga il meno si che non può essere negata validità ad un consenso chiaro ed espresso proveniente dalla totalità dei lavoratori e non soltanto da una loro rappresentanza".
Sull'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, poi, afferma che se è vero che tale disposizione intende tutelare i lavoratori contro forme subdole di controllo della loro attività da parte del datore di lavoro e che tale rischio viene escluso in presenza di un consenso di organismi di categoria rappresentativi (RSU e commissione interna), non si può negare che tale consenso debba essere considerato validamente prestato quando proviene direttamente da tutti i dipendenti.
Per tale motivo, l'esistenza di un consenso validamente prestato da parte del soggetto che sia titolare del bene protetto esclude l'integrazione dell'illecito.
E' curioso notare, inoltre, come la Suprema Corte abbia ribaltato la decisione iniziale del giudice di merito affermando che "l'evocazione - nella decisione impugnata - del principio giurisprudenziale appena citato risulta non pertinente e legittima il convincimento che il giudice di merito abbia dato della norma una interpretazione eccessivamente formale e meccanicistica limitandosi a constatare l'assenza del consenso delle RSU o di una commissione interna ed affermando, pertanto, l'equazione che ciò dava automaticamente luogo alla infrazione contestata".
Il problema che non viene tenuto in debita considerazione in tale pronuncia, tuttavia, è che, di fatto, il datore di lavoro si trova sempre in una situazione di superiorità rispetto ai dipendenti, i quali potrebbero essere nella condizione di dover cedere alle sue richieste pur di non perdere il posto di lavoro (il consenso e la firma del registro potrebbero essere quindi in qualche modo estorti al dipendente sotto minaccia, anche velata, di un eventuale licenziamento). Senza dimenticare il fatto che le rappresentanze (RSU) hanno generalmente più potere dei singoli lavoratori nell'affermare il rispetto dei diritti dei dipendenti dinanzi al proprio datore di lavoro.
Tale sentenza va, inoltre, nella direzione contraria rispetto agli ultimi provvedimenti dell'Autorità Garante per la protezione dei dati personali e della recente Circolare del Ministero del Lavoro del 16 aprile 2012, nei quali viene sempre considerata obbligatoria la procedura prevista dall'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori in materia di installazione di impianti di videosorveglianza.
Non dimentichiamoci, infatti, che si tratta pur sempre di diritti indisponibili e che la regolamentazione di tale materia, comportando uno squilibrio nel rapporto tra datore di lavoro e dipendente, necessita di un soggetto terzo imparziale che si faccia garante della tutela dei diritti dei lavoratori.
 


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