Per rispondere a questa domanda si potrebbe evocare, oggi, un esperimento eseguito, secondo le leggende, al tempo di Federico II di Svevia e commissionato dallo stesso Imperatore per venire a capo di un diverso -sebbene non meno cruciale- quesito sull’origine del linguaggio.
Nel tentativo di scoprire quale fosse il paradigma “autentico”, utilizzato in origine dagli esseri umani per interagire tra loro, l’Imperatore ordinò di rinchiudere in una stanza due bambini di pochi mesi, che non avessero ancora avuto modo di apprendere e riprodurre alcun tipo di idioma. Collocati in un contesto neutrale, senza alcun tipo di riferimento, i due infanti avrebbero “naturalmente” sviluppato un linguaggio, che a detta degli scienziati del tempo, sarebbe risultato del tutto verosimile a quello parlato nei primordi della comparsa dell’uomo e dunque all’origine di tutte le diverse declinazioni linguistiche sviluppate nel corso dei secoli.
Proviamo, ora, a trasporre questa stessa impostazione metodologica nel contesto digitale. Occorre premettere che in realtà, la digitalizzazione ha già comportato una sorta di graduale “azzeramento” socio-culturale in diversi contesti. Lo switch-off analogico ha portato spesso a “inventare” consuetudini sconosciute al passato, offrendo di fatto, alla maggior parte di noi, l’occasione di partecipare in prima persona al momento cruciale dell’ “origine” di un processo destinato a divenire parte integrante della nostra quotidianità. Lo stesso vale per la Pubblica Amministrazione.
Alla luce di tali considerazioni, occorre riflettere, oggi, sull’opportunità offerta dal digitale di sfruttare le potenzialità della cosiddetta “Intelligenza Artificiale” (IA) per creare e diffondere nuovi servizi a vantaggio dei cittadini. Come per il tentativo di scoprire le origini del linguaggio, quello che si dovrebbe chiedere, oggi, alle Pubbliche Amministrazioni è di “azzerare” il burocratico atteggiamento analogico, imperversante nella quotidianità ancora lontana dagli obiettivi di digitalizzazione da tempo fissati dal Legislatore, per iniziare un nuovo percorso “primordiale” di imprinting digitale con l’obiettivo di costituire un sistema di “governo cognitivo”.
Un “governo cognitivo”, così come definito da AgID[1] è un sistema che “autoapprende, che riesce a delegare all’Intelligenza Artificiale molte attività che possono essere automatizzate, come raccogliere, analizzare e interpretare i dati, azioni considerate ossessive e alienanti”.
L’Intelligenza Artificiale, in altre parole, dovrebbe entrare positivamente nello scambio quotidiano tra cittadino e Pubblica Amministrazione, non sostituendosi ad essa, ma implementandone e potenziandone i servizi: in questo senso può e anzi, deve realizzarsi, così come già accade per altri settori, un approccio cognitivo alle relazioni Government – to – Citizen (G2C), in grado cioè di rendere il sistema-Ente capace di apprendere e progredire in relazione all’evolversi del contesto di riferimento.
Affinché ciò avvenga è necessario, anzitutto, sviluppare una visione strategica e condivisa e in questo senso il metodo sperimentato dagli scienziati di Federico II potrebbe avere inedite e feconde applicazioni: azzerarsi per scoprire il fondamento di un’architettura “originaria”, valida per affrontare il cambiamento digitale.
È un obiettivo ambizioso, che non può ridursi al recepimento di singole ed isolate iniziative da parte delle Pubbliche Amministrazioni: non basta adottare gli open data, è necessario che i dati dialoghino tra loro attraverso sistemi basati, a loro volta, su standard condivisi a livello internazionale e costantemente aggiornati per tenere il passo con il progresso tecnologico. Questi sistemi, d’altra parte, devono essere gestiti secondo modelli funzionali specifici, che definiscano con chiarezza responsabilità e competenze, promuovendo lo sviluppo di adeguati percorsi professionalizzanti.
L’“Intelligenza Artificiale” è tutto questo: non facciamo, quindi, l’errore di interpretarla come semplice “sostituto” del coefficiente umano, che resta, invece, il prerequisito per lo sviluppo di qualsiasi policy tecnologica. Rischieremmo, altrimenti, di incorrere nella stessa ingenuità commessa dagli scienziati del passato: nel tentativo di scoprire l’origine del linguaggio, trascurarono l’elemento umano, portando alla morte i due bambini nello stato di prigionia alla quale furono, di fatto, confinati.
Non limitiamoci a replicare sterilmente il metodo, senza averne appreso la morale: se ci concentreremo solo sul digitale -o peggio sui suoi singoli aspetti- trascurando la componente umana, l’Intelligenza Artificiale resterà un curioso accidente della storia, inevitabilmente destinato al fallimento. E parlando di digitale, dalle nostre parti, non sarebbe la prima volta.
[1] Occorre precisare che AgID ha aperto le candidature per la creazione di un’apposita task force, per comprendere come le tecnologie IA possano incidere sulla costruzione di un nuovo rapporto tra Stato e cittadini. Per maggiori informazioni al riguardo, è possibile consultare il seguente link: http://www.agid.gov.it/notizie/2017/04/06/lintelligenza-artificiale-servizio-del-cittadino-partecipa-task-force